Lanterne rosse nel fondo. Il rapporto confidenziale dell'attesa e degli smarrimenti di un dettaglio carnale. Il rumore di inversione di spinta dei motori di un aereo. L'aria viva intorno fuori di qui. Un cerchio di sottintesi macramè veste Madamoiselle noia in una stanza piena di struzzi.
[Uno struzzo può ingoiare un chiodo. (Spiritus durissima coquit)]
Ma chambre a la forme d'une cage
Le soleil passe son bras par la fenêtre
Les chasseurs à ma porte
Comme les p'tits soldats
Qui veulent me prendre
Je ne veux pas travailler
Je ne veux pas déjeuner
Je veux seulement l'oublier
Et puis je fume
Screditami. Tenerezza istoriata di quando sapevi prendere il vento.

Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti.
Pier Paolo Pasolini, Orgia
Moltitudini rarefatte e frottole del mondo regolare. Incappucciata fantasia tortuosa che si aggrappa al quotidiano.Lontana e languida su di un tango di Gardel in tempi brevi. Il sapore fondente del doppio gioco familiare del divieto di sè. L'indulgente protezione di un nodo, cosa devo ricordare... La notte di vaniglia prende le distanze necessarie da un ingombrante paesaggio appuntito. Città alveare. I titoli ai giorni. Bianco e nero inchiostro.Verticali di luce perfetta e gravità sulle sensazioni private e sui bisbigli e le voci fredde dei conti alla rovescia. Il rumore metallico di un proiettore super8 nel buio incompleto.Panoramiche. La verità è una bassa risoluzione in presa diretta.E così ci credi. Il fotogramma si blocca e trema. Una mattinata di sole del colore dei negativi che cola su rami che non sono qui. Il cielo bruciato. Volutamente sovraesposta. Testa all'insù. La schiena dritta come un fuso e le braccia all'infinito. Occhi stretti. Ferreo fermo immagine. La vita si annida tra i capelli. Mise en abyme sulla pelle e dietro.
Avvinghiata al bordo dell’inverno. Le proporzioni dell’incuria incise in tutte le direzioni. Strisce bianco evanescente senza estremi da tenere come quelle degli aerei internazionali. Tagli che riversano il giorno in una clessidra. Gioco a ribaltare la risposta. L’inerzia cruda delle linee di ferite fredde e secche di Schiele dondola un piacere interrotto all'infinito. La carne crescente del distacco. La spartizione di una inquieta distorsione tagliente. Serpenti che si avvolgono e si annodano e scompaiono e il rumore dell’acqua tra le pietre aguzze. Adesso so spiegare di non sentirmi intera. Giocando a scivolare e poi è scivolare. Ciglia da limousine cercano riparo in uno stagno di buio. Ombrelli senza pioggia nel momento giusto. I vezzi. I finali. La distrazione. Un memoriale di piacere e di fili e di dettagli davanti a scimmie vestite di porpora.
La controstoria. La versione cagionevole. Insapore e sinistra. Quasi stanca, forse, della carenza continua che allevo. Le parole goffe. L'insapore degli ibridi. Pensavo a Travestimenti di Cocteau. Qualcosa che permetta di dimenticare se stessi. Vagabonda, con la <<difficoltà di essere>>. Minoritaria. Il culto della differenza, l' ennui o la misteriosa malattia "dei diavoli blu" .
E' necessario aderire alla necessità del gioco. Mi metto tra parentesi e cresco come l'edera sopra. Divago nei dettagli. Mi travio. Incoerenza di questa meraviglia vuota, tra accidia e rivoluzione. E poi distinguo, per giustificare. Racconto favole da c'era una volta e niente succede davvero. Esigente e indifendibile. Incastro è corruzione? Niente succede davvero. Appassisce in diretta la gardenia all'occhiello a scorrimento rapido in una notte con le sbarre lunghe. Sei sotto Saturno. Eretica.
I bordi nudi delle ipotesi. La vacuità delle pretese delle bocche che espiano una pena. Il ricamo sulle fratture dell’eventualità che cade dietro l’angolo. Sbugiardare il contorno del vuoto che arrotolo tra le dita disegnando cerchi nell’aria. Chiudo gli occhi per immaginare il centro di un precipitare screziato di spilli a rallentatore. Chi è che trema?
Il trailer esiliato nell’imperfetto. Un’anteprima screpolata e nervosa per stabilire i rapporti che reggono la vita sparpagliata ai miei piedi. Il rimandare si inginocchia sull'insoddisfazione così appuntita. Leit motiv di una assenza che segue la voce della smania che impreca. Che implora. Narcisa. Nel ghetto dell’ironia della schiena che si avvita su se stessa mentre guardo le cose in faccia. E qual è la faccia che vedo? Nell’ambizione di scavalcarmi. Di guardare da un foro. Di autoavverarmi nel punto di convergenza di tutte le linee.
[ Paris change! Mais rien dans ma mélancolie
N'a bougé! ]
Cambia Parigi, sì, ma nulla muta
nel cuore della mia malinconia.
Le città e gli occhi.
Gli abitanti di Valdrada sanno che tutti i loro atti sono insieme quell'atto e la sua immagine speculare... questa loro coscienza vieta di abbandonarsi per un solo istante al caso e all'oblio... anche quando gli amanti danno volta ai corpi nudi pelle contro pelle cercando come mettersi per prendere l'uno dall'altro più piacere, anche quando gli assassini spingono il coltello nelle vene nere del collo... non è tanto il loro accoppiarsi o trucidarsi che importa quando l'accoppiarsi o trucidarsi delle loro immagini limpide e fredde nello specchio..
Lo specchio ora accresce il valore alle cose, ora lo nega. Non tutto quel che sembra valere sopra lo specchio resiste se specchiato. Le due città gemelle non sono uguali, perchè nulla di ciò che esiste o avviene a Valdrada è simmetrico : ad ogni viso e gesto rispondono dallo specchio un viso o un gesto inverso punto per punto. Le due Valdrada vivono l'una per l'altra, guardandosi negli occhi di continuo, ma non si amano.
Le città invisibili.
Nemmeno lei è sicura di essere qui. Si vedono le figure nelle nuvole. Un mondo perfettamente coerente sul soffitto. Familiare. Una rana diventa re. Sdraiata sotto il vento, sotto il caso che attraversa la stanza. Le cose smettono di essere feroci sulla sua fronte. Uno spazio arato e seminato dove si muovono i treni. Un bosco di betulle nella nebbia che sparisce. Approssimativamente lontano. Il rumore di una macchina da cucire. Occhi enormi per forbici. Il filo dell’orizzonte teso su una fila di lillà. Il futuro è una passeggiata a Mosca con il volto secco. E’l’alba che infuria in Bretagna. E’ Beck che accarezza una stanza scura e dondola parole senza vertebre. There's a place where you are going. You ain't never been before.
Baby you're lost
Baby you're lost
Baby you're a lost cause.
E lei non è nemmeno sicura.
<< ...esisteva come gli altri, nel mondo dei giardini pubblici... voleva persuadersi di vivere altrove... dietro la tela dei quadri, con i dogi del Tintoretto, con i gravi fiorentini di Gozzoli, dietro le pagine dei libri con Julien Sorel, dietro i dischi fonografici, con i lunghi lamenti secchi del jazz....>>
Sartre.
Il passo delle nuvole. Nel luogo dove le cose accadono. Sempre al di là. Un fondale in controtempo. Carico e senza cardini. Questa vita stroppicciata e inverosimile sdraiata su un vassoio d'argento, in primo piano. Un servizio di intenzioni magre e d'avorio. Uno sparire dentro, selvatico. Incarnito. Rintocchi a pelle insofferenti. Meridiani per perdermi.
Alla mia A.
Poi ti sei riversata su ogni lato nella vita che si diradava. Esile tra quelle grate lunghe di disagio, seduta sul marmo, non potrò mai cancellarti. Ho disegnato un cerchio con il gesso, bianchissimo, per terra. Per starci sedute. Per far finta che non potrà entrare niente. Ovunque vuoi, ovunque sei. Senza alfabeto. Senza grammatica. Io che ho sempre parole dappertutto.
<<È molto tardi.
Ancora alzata.
Permettete?>>
Dentro una visione di Fellini.
L’abbraccio di Casanova alla bambola che danza. Meccanica. Uno splendore nero. Soverchiante.
... è la deriva gravitazionale della luce
sul rumore dell’aria che cancella l’aria,
è il cadere dell’attimo nell’attimo, la sepoltura
del sonno, la fodera dell’inverno, il negativo della notte.
(da Il futuro non è più quello di una volta)
Cos'era
II
Era l'inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sulla chioma.
Era quello, ed era altro ancora; era il vento che azzannava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l'ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai piu' chiesto nulla. Era quello. Senz'altro era quello.
Era anche l'evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
che quando se ne ando', come doveva, nessun dolore riusciva
a contenerlo. Era la stanza che pareva la stessa
dopo tanti anni. Era quello. Era il cappello
dimenticato da lei, la penna che lei lascio' sul tavolo.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo per ore, per giorni. Era quello. Solo quello.
La misura della bellezza nella camera del vento. La premura della pioggia che si affaccia e precipita. L’avvenire stinge in una pozza mossa da mani sconosciute. L'inizio allagato dal finale e una moneta che si ferma a mezz'aria. La mia bocca è un’isola perfetta. Fuori tutto rallenta. La mia vita in random. Dita di inchiostro e una dolcezza senza sinonimi. Frangibile e di un viola mancato che trascolora in bianco quando scompare.
Des perles de pluie
Venues de pays
Où il ne pleut pas
L’histoire de ce roi
Mort de n’avoir pas
Pu te rencontrer
Polvere grigia a perdita d’occhio sotto un cielo grigio senza nuvole e là improvvisamente o a poco a poco, dove polvere sola possibile, questo biancore da decifrare. Resta da immaginare se può vederlo l’espulso, ultimo in mezzo alle sue rovine, se mai potrà vederlo e se sì credervi.
Samuel Beckett, Per finire ancora


No. 14, 1960/ Mark Rothko
"Silence is so accurate"
Braccia a croce di corda tesa e silenzio sotto un cielo ricolmo involontario. Profusione di stelle a dimora in una camera d'eco. Inestirpabile. Sangue freddo a bagnare una fantasia tenace. Goccia che bagna la goccia. Una coesione d'argento che crolla dappertutto.
Ascoltando We have a map of piano - Mum
Ho scucito il tempo. L’ho tagliato. Un monologo per domani.
Il graffio della falce sul punto di intervallo fra le due altezze. Il pendolo feroce e senza grazia sulla smania. L’altalena dell’ammissione. Vorticare della memoria in un chiarore incompiuto.
ascoltando Maybe not - Cat Power
«...e dunque continuerò, bisogna dire parole fin quando ce ne sono, bisogna dirle, fino a quando esse mi trovino, fino a quando mi dicano, strana pena, strana colpa, bisogna continuare, forse ormai è stato fatto, forse mi hanno già detto, forse mi hanno portato fino alla soglia della mia storia, davanti alla porta che s'apre sulla mia storia, mi stupirebbe se si aprisse, sarò io, sarà il silenzio, lì dove sono, non so, non lo saprò mai, nel silenzio non si sa, bisogna continuare ed io continuo». (Samuel Beckett, L'innominabile)
Cosi il mondo
intende
definitivamente imporsi
esser già detto.
Non lo dite.
Ascoltando Over the Pond - The Album Leaf
(Pensieri che cigolano nel vento. Madame.)
L’odore della stanza chiusa. Tutte quelle finestre. Bianco e nero itinerante nella mia testa. Un bagliore azzurro. I gabbiani si schiantano sui vetri mentre suona all’inverso Scriabin. Il Poème de l'extase. Irreversibile quel tramonto di porcellana gialla come un livido.
(E’ il presente reciproco. Madame. Interrato.)
Sboccia una bocca atea e la storia si conclude nel mio grembo. Tagliata corta. Sterminata la stanza. I gabbiani e Scriabin si rannicchieranno negli angoli ed entreranno nel muro. La fantasia si assolve. Pellegrinaggio di incoscienza.
(Sia caritatevole, Madame. Chiuda le finestre, ora.)


La solitudine dei segni. Un quadro di ore lunghe. L'inutile insistenza come il manichino di de Chirico. Sulla stesura del rimorso stonato e secco.Vipera sontuosa di attesa che non morde. Suscitare la realtà che non si inchina. Il buffone di corte macabro. Un bavaglio sulla bocca della verità e le mani nelle mani.
[ come se di colpo tutte le corde dei contrabbassi si rompessero nello stesso tempo e con la stessa spaventosa staffilata nell'istante più silenzioso di una sinfonia di Mozart. ]
Prendete un giornale.
Prendete un paio di forbici.
Scegliete nel giornale un articolo
della lunghezza che volete per la vostra poesia.
Ritagliate l'articolo.
Ritagliate con cura ognuna delle parole
che compongono l'articolo
e mettetele nel sacco.
Agitate delicatamente.
Tirate fuori un ritaglio dopo l'altro
disponendoli nell'ordine
in cui sono usciti dal sacco.
Ricopiate scrupolosamente.
La poesia vi rassomiglierà.
Ed eccovi diventato "uno scrittore infinitamente originale
e fornito di una sensibilità squisita,
benché incompresa dal volgo"
Tristan Tzara, Manifesto sull'amore debole e l'amore amaro
soddisfazione istantanea di un capriccio
sognatrice ironica e infedele
sempre in controluce
pensieri liberty e gesti naif
contrasti pungenti,mercenari e vagabondi
vertigini malinconiche,languide e insolenti
emotivita' di seta gelida,ambigua e muta
non ci sono simboli dove non c'e' l'intenzione
LA REALTA' E' SOLO
UNA COINCIDENZA
MOMENTANEA
chi anche se ti chini con dita di pieta'
a avallare la polvere
non aggiungera' alla tua munificenza
la cui bellezza sara' un foglio davanti a me
una dichiarazione di se stessa
stesa attraverso la tempesta di emblemi
sicche' non c'e' sole e non c'e' rivelazione
e non c'e' ostia
soltanto io e poi il foglio
e massa morta
............En Attendant Godot
L' assurdo e' la lucida ragione che
constata i suoi limiti
Il mondo non e' ne' vero ne' reale, ma vivente
Turquoise hexagon sun [ Boards of canada ]
Nel mondo dove nessuno riesce più a mantenere un segreto,
un buon velo dice:
Grazie di non farmi partecipe.
non e' meglio abortire che essere sterili?
le ore dopo la tua partenza sono cosi' plumbee
cominciano sempre troppo presto a trascinare
i rampini a artigliare ciecamente il letto della mancanza
di nuovo dicendo
se non mi insegni non imparerò
di nuovo dicendo anche per le ultime
volte c'è un'ultima volta
Si volto' e lentamente torno' sui suoi passi.
Non c'era piu' vento, non c'era piu' notte, non c'era piu' mare,per lei.
Andava e sapeva dove andare. Questa era tutto.
Sensazione meravigliosa. Di quando il destino finalmente si schiude, e diventa sentiero distinto, e orma inequivocabile, e direzione certa.
Il tempo interminabile dell'avvicinamento.
Quell'accostarsi. Si vorrebbe non finisse mai. Il gesto di consegnarsi al destino.
Quella e' un'emozione. Senza piu' dilemmi, senza piu' menzogne. Sapere dove. E raggiungerlo.
Qualunque sia, il destino.
Camminava - ed era la cosa piu' bella che avesse mai fatto.
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La guardo'. Ma d'uno sguardo per cui guardare gia' e' una parola troppo forte. Sguardo meraviglioso che e' vedere senza chiedersi nulla, vedere e basta. Qualcosa come due cose che si toccano - gli occhi e l'immagine - uno sguardo che non prende ma riceve, nel silenzio piu' assoluto della mente, l'unico sguardo che davvero ci potrebbe salvare - vergine di qualsiasi domanda, ancora non sfregiato dal vizio del sapere - sola innocenza che potrebbe prevenire le ferite delle cose quando da fuori entrano nel cerchio del nostro sentire-vedere-sentire- perche' sarebbe nulla di piu' che un meraviglioso stare davanti, noi e le cose, e negli occhi ricevere il mondo - ricevere - senza domande, perfino senza meraviglia - ricevere -solo- ricevere- negli occhi - il mondo.
![]()
Non occorre che tu esca di casa.
Resta al tuo tavolo e ascolta.
Non ascoltare nemmeno, aspetta soltanto.
Non aspettare nemmeno, sii assoluto silenzio e solitudine.
Il mondo ti si offrira' per farsi smascherare,
non puo' fare altrimenti.
Dinanzi a te si rotolera' estatico.
Eravamo un mucchio di esistenti impacciati, imbarazzati da noi stessi,non avevamo la minima ragione d'esser li,
ne' gli uni ne' gli altri, ciascun esistente,confuso,vagamente inquieto si sentiva di troppo in rapporto agli altri.
Di troppo: era il solo rapporto ch'io potessi stabilire tra quegli alberi,quelle cancellate,quei ciottoli.
Invano cercavo di contare i castagni, di situarli in rapporto alla Velleda,di confrontare la loro altezza con quella dei platani:ciascuno di essi sfuggiva dalle relazioni nelle quali io cercavo di rinchiuderli,s'isolava, traboccava.
Di queste relazioni(che m'ostinavo a mantenere per ritardare il crollo del mondo umano,
il mondo delle misure,delle quantita',delle direzioni)sentivo l'arbitrarieta', non avevano piu' mordente sulle cose.
Di troppo, il castagno, li' davanti a me, un po' a sinistra. Di troppo la Velleda. Ed io - fiacco, illanguidito, osceno,
digerente, pieno di cupi pensieri - anch'io ero di troppo.
Fortunatamente non lo sentivo, piu' che altro lo comprendevo, ma ero a disagio perche' avevo paura di sentirlo.